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IL SUO LINGUAGGIO POETICO

di Pullo Maria Rosaria

L’atmosfera di surrealtà “naturalistica” che pervade tutto il lavoro di Bersce appare infatti simile al processo naturalistico che mette in atto l’artista quantomeno in certi suoi dipinti “zoomorfici”.
Bersce è volto a mettere in moto un procedimento di distanziamento e di “irresponsabilità” nei confronti della “rappresentazione” figurale. Il rischio che l’artista assume è infatti sostanzialmente linguistico, indifferente (asociale perfino) verso le cose ed i fatti, le figure e la natura, teso com’è a mettere in crisi un ordine espressivo ed a ricrearne un altro a sua immagine e somiglianza.
Bersce assume tale rischio affrontando lo spazio dell’opera come luogo di avvenimenti catastrofici ed irrimediabili all’interno del quale ricompone con il “suo” ordine i frammenti dell’esistenza quotidiana ai quali conferisce dunque valenze prima insospettabili e forse inesistenti.
Naturalmente Bersce è un pittore ed in quanto tale si serve di tutti i “trucchi del mestiere”, adottando ogni sollecitazione che alchemicamente trasforma in eventi visivi autosufficienti.
La smaterializzazione avviene essenzialmente per mezzo della luce (la clamorosa conferma del suo essere pittore) in un processo che, pur servendosi dei travestimenti metaforici, tende in realtà alla sola affermazione di un linguaggio che pretende di rappresentare il mondo, quello che non si vede. In questo senso, la vicenda delle immagini continua nelle immagini, lasciando inesorabilmente ai margini l’uomo di cui si avverte soltanto l’inattuale attualità, al punto che laddove la sua figura ricompare come simbolo improbabile e incredulo s’allenta la tensione del quadro, ormai ricettacolo di simboli che aggiungono mistero a mistero. Per tale via Bersce conferma il suo grande ruolo nella vita dell’uomo poiché e solo in tale maniera ch’egli “vede” la irriducibile distanza della realtà dalla immaginazione fantastica. La sensazione di spaesamento e perfino di stordimento che i dipinti di Bersce determinano proviene proprio dal loro inquietante silenzio rispetto ai quesiti che ci poniamo ogni giorno giacché essi non hanno nulla a che fare con questi ed assumono anzi “quella dimensione altamente sospetta che e propria dell’arte”. Tale osservazione è tanto più vera nell’arte contemporanea che non ha più a che fare con “la bellezza, l’eccentricità e con la meraviglia”, né si assume più il compito di raccontare nessuna storia, né di celebrare alcun avvenimento.
Si potrebbe perfino dire che oggi l’arte si propone come momento di angosciante indifferenza e come gesto di irredimibile asocialità.
Ma il suo valore sta proprio nella sua “ambiguità amorale” che le consente nello stesso tempo di “decorare” una parete o di mettere in crisi una coscienza. In tale prospettiva Bersce è un tipico artista di pensiero, ripiegato su se stesso alla ricerca del solo linguaggio ingrado di provocare stupore e clamore.
All’attualità ed all’economicità di ogni giorno egli oppone l’atemporalità e l’inutilità delle forme, in una sorta di “testamento” spirituale che ha valore per dopo, in grado di durare nel tempo.
Da questo punto di vista non ha neppure molto senso interrogarsi sui significati immediati di tali forme perché esse sono indifferenti a tale ruolo, pretendono di rappresentare solo se stesse, reclamano il solo diritto all’apparizione ed alla contemplazione. E tuttavia il gioco si svolge in diretta correlazione con la storia e la memoria di cui
anzi le immagini di Bersce risultano cariche. Il problema, semmai, è la negatività di tale relazione in un processo che tende a smantellare uno scenario di avvenimenti per proporne un altro semplicemente annunciato. La testimonianza dell’opera di Bersce sta dunque proprio nel disequilibrio che determina tra le prevedibili traiettorie del linguaggio funzionale alla praticità del quotidiano e l’imprevedibile ed antifunzionale espressività dell’immaginario. In un accadimento sempre sorprendente - l’apparizione della forma invisibile - che possiede in ogni caso le stimmate della poesia. Si tratta di un progetto espressivo che, proprio perché possiede la “grazia” della poesia, può aggirarsi ed affermarsi sui terreni del malinteso e del fraintendimento, incurante della sua esplicazione e della sua accettazione. Vengono allora in mente alcuni straordinari versi di Pier Paolo Pasolini: “Non è nel non comunicare la morte: ma nel non essere compresi”.

 

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