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M.BERSCE-R.VESPIGNANI
REALTA’ e FANTASIA DELL’ARTE MODERNA
conversazione marzo 1991
BERSCE. Io sul pubblico ho delle idee particolarissime,
ma insomma, non credo al pubblico informato; perché il pubblico
è informato attraverso quei grandi canali dell’ignoranza
che sono i mass-media: è informato dal giornalismo scadente,
dalla televisione e dalla radio; crede di essere informato, e in
realtà non lo è. Dall’altra parte c’è
un altro rischio: il pubblico che è troppo informato, quello
che segue la critica d’arte, che legge le riviste d’arte,
è anch’esso in qualche modo imbonito. Bisognerebbe
poter individuare il pubblico reale, il pubblico vero, le persone
che non sono né imbottite di ignoranza né imbottite
di cultura.
VESPIGNANI. Quelle spinte da un desiderio...
B. ... e da un bisogno di buttare lo sguardo su un mondo che per
loro è misterioso, intorno al quale gravitano molto denaro
e grossi affari, che per loro è indubbiamente affascinante.
V. Spesso il pubblico è attratto dalle mostre d’arte
perché ha sentito parlare, da questi benedetti media, delle
grosse cifre delle aste... Insomma, in questa diffusione della cultura
a livello molto popolare, il pubblico è attirato da un solo
elemento, patina culturale; e poi, se non spendono i soldi, come
fanno?
B. Non ci andava nessuno, alle mostre. Questo fenomeno è
cominciato dopo il ’60, più o meno con la mostra di
Kandinskij a Roma. Molti visitatori, allora, secondo me non capivano
niente di Kandinskij, perché uno che non conosce i precedenti
e non conosce il seguito, che cosa capisce? In Campidoglio, dove
c’era la mostra, si davano gomitate, stavano ore sotto il
sole per vedere Kandinskij, e avevano assolto al loro dovere.
V. Nel mondo dell’arte attuale secondo me c’è
qualcosa di incomprensibile, qualcosa che mi sfugge; questo agganciarsi
dell’arte alle mode, questa sottomissione dell’artista
a continui cambiamenti pur di stare a galla; una volta lo facevano
solo i sarti e gli atelier di moda, no? Gli artisti oggi sono molto
spesso in questa situazione.
B. Ti capisco molto bene, ma, a parte le situazioni personali, a
un certo momento nell’arte contemporanea è successa
una specie di alluvione: il fiume ha travolto gli argini e, come
si diceva, i pittori hanno avuto la <<licenza d’uccidere»:
la loro libertà si è trasformata nel contrario, cioè
nell’arbitrio. Dopo questa ondata un giovane artista che si
deve affermare che cosa deve fare? Gli argini sono stati rotti,
se si buttano è anche logico e comprensibile che lo facciano,
perché non sono più nello spirito della conquista
di qualche cosa di solido, sono alla conquista dell’immediato,
del successo che arriva subito. Devono conquistarsi un posto in
questo grande palcoscenico che è l’arte moderna.
V. Una volta concettuali erano i filosofi: quelli appunto che
lavoravano su concetti. Adesso concettuale viene definito un ammasso
di materia più o meno impressionante, collocato in un certo
modo, che dia una certa sensazione.
B. Meno male che non hai fatto nomi!!!
V. Certo! E questo prestarsi della pittura e degli artisti stessi
a qualunque piccolo fenomeno che possa dare un po’ di pubblicità,
ma che in fin dei conti è uno sfalsamento dei termini della
questione, un travisamento, secondo me è male, è brutto.
B. Beh, insomma, c’è da tener conto che la cultura
più diffusa è la cultura dell’ignoranza; il
pubblico (o per lo meno una certa parte del pubblico) è condizionato,
subisce l’imposizione di doveri culturali perversi.
V. Chi mette in moto queste cose è colto o ignorante?
B. Chi le fa partire è ignorante, diffonde l’ignoranza
e trova sempre una massa di ignoranti disposti ad ascoltarlo, questa
è la verità, perché uno stupido, diceva Boileau,
uno stupido trova sempre uno più stupido di lui che gli crede.
La stupidità è la malattia più contagiosa che
esista, più della peste, più dell’AIDS.
V. Tu, Michel, hai affermato , che l’arte moderna nel suo
complesso sarebbe una sorta di inganno, di colossale falso; sembra
quasi un’affermazione che ti fa assumere le spoglie del pittore
ottocentesco sopravvissuto alla sua epoca. Ma non è certo
il caso di Bersce, un uomo che vive pienamente la propria giornata,
immerso nella vita moderna, che è presente anche come immagine
in molti campi. Però il rapporto artista-pubblico forse è
cambiato. Infatti il materialismo della produzione e del consumo
converte tutto in strumenti di potere, di aggressività e
di speculazione.
B. E di reddito ...
V. E di reddito, sì; e purtroppo direi che anche Marx col
potere ci ha giocato, perché lo voleva...
B. Certo, ci ha giocato, ma insomma il pensiero di Marx è
un pensiero scientifico più che un pensiero filosofico: avere
spostato l’attenzione sull’economia, sul rapporti economici
tra gli uomini e tra le classi sociali, quella fu la sua grande
intuizione. lo ho paura, Enrico, quando parlo con te, di apparire
(non solo a te che sei un mio vecchio amico, mi conosci molto bene)
distaccato da qualche cosa da cui non sono per niente distaccato...
V. Dalla realtà odierna?
G. Che la mia vita, il mio passato, il fatto di essere un vecchio
signore benestante, influisca sul mio pensiero è certo; e
probabilmente influisce anche nella valutazione degli elementi che
si presentano alla mia riflessione oggi. t evidente che io sui fenomeni
dell’arte contemporanea ho una posizione disinteressata fino
a un certo punto, e da un certo punto in poi interessata; ma interessata
non personalmente, interessata rispetto al mio passato, alla mia
formazione. E quindi lo di questo mi preoccupo, di
non essere giusto: non sono abbastanza vecchio cinese per essere
giusto!
V. No, ma sai, il fatto è questo: i tempi sono talmente mutevoli,
provvisori, oggi, che si finisce con l’essere continuamente
tutti distaccati dalla realtà.
B. E cambia anche l’abbigliamento, che è una cosa molto
importante...
V. Cambiano l’abbigliamento, la pettinatura, i gesti... Tutta
la cultura è svilita, di fronte al prorompente materialismo
a livello culturale; a livello pragmatico i sistemi di vita americani
hanno mercificato tutto: mentre da un certo punto di vista in America
si esalta l’arte, soprattutto americana, dall’altra
si avverte un completo abbattimento di valori...
B. Perché la filosofia più religiosa del tempo moderno,
la più religiosa delle filosofie è il materialismo
di Marx, la filosofia di Marx; il materialismo è qualche
cosa di straordinariamente spirituale, cioè una riconduzione
del mondo ai valori essenziali trovati sulla terra, senza trasferirli
a un mondo futuro: qua siamo, qua cerchiamo di farcela, di vedere
quali sono i mali. Ma questo è alto spiritualismo, perché
anche Gesù era così, perché Gesù non
era mica uno spiritualista da quattro soldi: Gesù era un
filosofo, uno studioso che aveva capito come si potevano fare certe
cose per gli uomini, per l’umanità. Poi, sulla sua
divinità, il discorso è diverso, mi interessa relativamente.
V. La cosa più straordinaria, in America, (o forse non è
affatto straordinaria), è che la guida turistica sente il
dovere di precisarti il valore di ogni cosa, cioè i prezzi
dei quadri, dei marmi, degli oggetti; questo vale, questo vale,
questo vale. Quello che Invece è tipico della situazione
italiana è il suo senso del provvisorio, che poi si tende
in tutti i campi, dall’economia ai governi. Però è
anche l’invadenza del mondo moderno che rende tutto labile.
Tutto questo bombardamento, il frastuono. Il frastuono, che va da
quello delle moto, delle macchine, a quello delle musiche, dei concerti
rock...
B. La gente ha bisogno di vivere col rumore.
V. Poi c’è il frastuono delle notizie, il bombardamento
informativo...
B. La donna di casa, che fa le pulizie, tiene la radio aperta. Cosa
sente? Sente un rumore.
V. Sì, quasi tutti lavorano con la radiolina.
B. lo mi ricordo una volta a Pozzuoli, c’era un piccolo ristorante
ai Campi Flegrei e c’erano due ragazzi, due bei ragazzini,
innamorati, carini e stavano così, seduti con la radiolina
lì, non si dicevano una parola. Io a quell’età,
se fossi stato con una ragazza, in un bel posto, mica avrei pensato
alla radiolina; per lo meno avrei parlato con la ragazza, se non
avessi potuto farle una carezza... E invece questi, tranquilli...
Il tempo che io ho mangiato e chiacchierato al tavolo vicino, questi
due, immobili, a sentire una musichetta; che dava fastidio anche a me, insomma!
V. Adesso il fastidio è eliminato, nel senso che si mettono
le cuffiette e ascoltano... Però vederli è ancora
più straniante.
B. Sì, perché continuano il proprio lavoro, con la
cuffietta, accompagnandosi con questa musica.
V. Ho un amico americano, che fu recentemente mio ospite, e si andava
anche qualche volta a spasso, tra i boschi, tra il canto degli uccelli.
Sarà anche una cosa stupida...
B. No, non è stupido il canto degli uccelli!
V. Anch’io non lo trovo stupido. E lui nel bosco, tra questi
uccellini che cantavano, si metteva la sua cuffietta e si estraniava
completamente!
B. Sì, come se fosse nel suo appartamento a New York. Ormai
è normale. E poi tu giustamente accennavi al bombardamento
delle notizie: si diffondono nozioni sparse, non collegate tra loro,
per cui uno non sa niente. Crede di sapere, crede di essere più
informato; in realtà è meno informato.
V. Infatti quella critica che si vanta di un sano cinismo, cioè
realismo, sostiene che tutti i valori oggi sono conosciuti perché
la comunicazione delle idee, delle informazioni è rapidissima.
B. Invece non è vero!
V. Certi sociologi infatti cominciano a dire che l’eccesso
di informazione produce disinformazione!
B. Cultura significa conoscenza sia delle cose della cultura attuale
che di quella passata. P la capacità di entrare nell’argomento
e di collegare le nozioni, di collegare i fatti, i movimenti, le
ragioni per cui sono avvenute certe cose, il cercare di capirle.
Questa è la cultura.
V. Perché bisogna andare ...
B. Ci si va e finisce tutto lì.
V. E poi la quantità eccessiva di mostre che si fanno oggi!
B. Ma queste sono delle porcherie delle Istituzioni, che rispecchiano
il metodo italiano di vita.. Ora le Istituzioni sono in questa stessa
mentalità: che se si spende il denaro pubblico si guadagna
qualche cosa. Se il denaro non si spende, come si fa a rubarlo?
Devono avere una scusa, no? E allora fanno una mostra a tizio, a
caio, e a sempronio.
V. In Italia si preparano molte mostre all’anno, e spesso,
anche su grossi nomi, si operano scelte critiche molto discutibili.
B. È un altro fenomeno interessante, quello di questi direttori
di musei che si affittano.
V. Ah, sono diventati come Herrera!
B. Come gli allenatori delle squadre di calcio, insomma: ci
sono delle persone che una volta dirigono un museo ad Amsterdam, una
volta un museo a Madrid, un’altra volta prendono le redini del
Beaubourg, un’altra volta si occupano di Palazzo Grassi... Secondo
chi li paga, ecco. E' questo che rapporto ha con la
cultura, che rapporto ha con il pubblico, con la gente che spende
i propri soldi nelle opere d’arte? L’immoralità
consiste in questo, proprio perché è un furto. t un
furto sulla gente innocente. E un furto legale, legalizzato e strombazzato
dalla fama di un cretino qualunque, il quale per essere stato direttore
di un grande museo (e poi cacciato via) diventa direttore di un
altro grande museo, e poi viene cacciato via... t sulla piazza,
no?
V. Forse, ci sfugge il fatto che stiamo assistendo alla trasformazione
dell’arte in un fenomeno effimero.
B. Questo è il frutto della cultura dell’ignoranza.
Perché il mondo culturalmente è alimentato dall’ignoranza,
dalla falsa cultura, dalle forme spurie di cultura.
V. Ma vedi, Michel, dipingere è già come essere in
ritiro spirituale. Tu ogni mattina ti metti, dipingendo in ritiro
spirituale.
B. Certo, ma io ho un grande desiderio: come sarei felice se vedessi
dei giovani pittori che mi piacciono! E che mi piacciano non perché
assomigliano a quello che faccio io, ma perché sono qualche
cosa che ti stimola.
V. lo ne trovo alcuni che mi piacciono, anche se contemporaneamente
trovo che è tutto legato all’effimero. E lì
subentra un altro discorso: mentre noi abbiamo creduto che la pittura
o certe espressioni dell’uomo avevano un valore in proiezione...
B. ... ideale, eterno ...
V. ... eterno come punto massimo, ma comunque in una prospettiva
di durata, oggi tu ti trovi con lo stesso strumento usato come un
abito di moda, per fare qualcosa che dura pochi giorni, o una stagione,
al massimo.
B. Questo succede anche a me. Anche a me può piacere tizio
o calo, interessarmi, divertirmi: vedere le sue cose, anche profittarne,
perché sempre così si finisce. Ma la durata di un’opera
d’arte è già in se stessa. Ci sono delle opere
che in sé contengono la durata e in sé contengono
lo sviluppo. La capacità che da cosa nasca cosa. Quello che
è impressionante è che oggi, questo non lo si vede
più, e non vorrei in questo essere condizionato dalla mia
età, come in Cina (dove tra l’altro il rinnovamento
ha cacciato via tutti i vecchi). Voglio dire: lo non riesco a vedere
nelle cose che mi piacciono, nelle cose che mi interessano dei giovani,
l’eventuale sviluppo.
V. Be’, questo saranno solo loro che potranno dircelo o mostrarcelo...
B. E sì, però, quando io ero giovane e vedevo un’opera
di un mio collega, pensavo: «Che cosa nascerà da questo?»
Oggi è molto difficile dire «che cosa nascerà»
da un quadro. Non lo so.
V. D’accordo, anche perché il formicolio delle idee,
delle esperienze, e il frastuono delle mostre, delle informazioni
è tale che....
B. In realtà che cosa nasce? Nasce un altro critico d’arte,
un altro gruppo di
critici d’arte che presentano la propria scuderia... Tardo-
espressionisti, poniamo; gli «anacronisti», non so,
tanto per dire... Propongono qualche cosa di diverso, non pensano
che un’idea può essere sviluppata, una cosa può
avere una continuità.... V.Ma sai, lì c’è
un fatto che è legato all’estremo mercantilismo che
oggi trionfa in ogni campo. Cosa succede, cosa fa il mercante, il
negoziante, la ditta che produce o vende prodotti? Gli dà
sempre una nuova veste!
B. Per forza!
V. La fabbrica di automobili, deve cambiar modelli, per vendere!
B. Lo so. Era, avrebbe dovuto essere un settore esente da questo
andazzo, da questo ritmo, il settore dell’arte, il settore
della poesia...
V. Succede questo: un gruppo di pittori capeggiati da uno o più
critici, riesce a lanciare quella determinata corrente, e a trovare
quindi dei collezionisti.
B. Sì, subito!
V. Ma i collezionisti di dopo non vogliono fare la figura di essere
al seguito di quelli di prima.
B. Certo!
V. E dicono: «Li inventiamo noi, gli altri pittori!».
B. Si mettono d’accordo con un altro gruppo di critici...
V. ... e di pittori a cui non danno quasi niente, almeno agli inizi.
Ed è un trucco commerciale, così come viene attuato,
per vendere prodotti che sono sempre quelli!
B. Ma io ho sempre creduto che il settore nel quale lavoravo, nel
quale lavori tu, nel quale lavoriamo noi, fosse esente da questa
fatalità della mercificazione. Invece no. Se tu rifletti
su quello che è accaduto recentemente (recentemente in questi
ultimi vent’anni, diciamo) a un certo momento sono comparsi
gli artisti che si chiamavano concettuali.
V. Del quadro, con il colore!
B. Il quadro, con il colore, una cosa da appendere al muro e che
quindi puoi tenere!
V. Però questi neoespressionisti, ad esempio, non riconoscono
nessuno. Cioè: pensano di essere loro che hanno inventato
tutto. Questo è il fatto strano.
B. Certo.
V. E qual è?
B. In realtà non esiste uno stile nel senso con cui noi intendiamo
l’idea dello stile, come abbiamo imparato dalla storia: tu
riconosci un quadro del Rinascimento, come conosci un quadro medievale,
come conosci un quadro barocco, e così via. Questo non c’è.
Ma nello stesso tempo non è vero che non c’è.
Su questo non è stata fatta nessuna riflessione, ed è
stato molto bello che tu mi abbia provocato su una questione sulla
quale non avevo mai riflettuto. Evidentemente qualche cosa c’è,
che non è solo da addebitare alla estrema permissività
che hanno gli artisti oggi; evidentemente c’è qualche
cosa d’altro. Che contraddistinguerà la pittura della
seconda metà del Novecento... perché fino alla prima
metà sappiamo benissimo tutto. Dopo, non si sa. E lo non
ci ho mai riflettuto abbastanza. Questo veramente è un problema
che tu mi poni e spero di poterci riflettere perché non ti
so rispondere. Ma evidentemente qualche cosa c’è. Non
può non esserci.
V. Io ho un’idea, basata su una parola che è sempre
più usata, che è sempre più comune e che si
chiama kitsch. Cioè: io sono stato , in paesi che si pre
tendono molto razionalisti, positivisti, all’avanguardia delle
forme, come la Svezia, dove vedevo mobili ben disegnati...
B. Come no? Il design svedese...
V. Quell’arredo funzionale, pulito, bello...
B. Cucchiaio svedese, forchette, le posate insomma…
V. Poi questo stesso svedese, in mezzo al suo salotto, oppure nell’atrio
dell’albergo, ama il barocchetto, o predilige tappezzerie
e moquette con motivi ornamentali che ricordano il Gobelin oppure
introduce in casa una orribile poltrona stile falso veneziano, rifatta,
di quelle che noi vediamo in vendita nei mobilifici della Brianza,
o di Biella. Allora ne ho concluso che quella stessa persona che
pretende di sostenere il purismo dell’arte contemporanea,
della linea moderna, in realtà poi ha dei rigurgiti di desideri
ancestrali, di figurazioni, di decorazione, di fogliami e arabeschi
vari...
B. Adesso dovremmo iniziare un discorso socio-politico, che è
naturalmente molto interessante, e che bisognerebbe potere portare
a fondo.
V. Quindi tu confermi quello che dico io: quella persona che avrebbe
avuto titoli per essere considerato di gran gusto, nella vita pratica
di tutti i giorni non aveva nessun gusto.
B. Nessun gusto.
V. Anzi, era la negazione dell’estetica, dell’arte,
dell’armonia.
B. Il buon senso non c’è nella critica. Non c’è
una situazione critica nella quale le tendenze, le mode, abbiano
il loro posto, ma poi valga una valutazione qualitativa, di quello
che c’è nelle varie tendenze, nei vari gruppi. No,
camminano per tendenze, i critici per primi.
V. E quindi si verifica questo avvicendarsi di tendenze spesse volte
anche antitetiche: la Transavanguardia si è accampata in
un territorio antitetico al concettualismo, almeno come colori,
come espressione, e così via. Ma queste correnti antitetiche
provocano un’insalata mista: in pratica danno luogo al kitsch,
al cattivo gusto, a quel cattivo gusto che è un minimo comun
denominatore.
B. Il kitsch vince sempre.
V. Il kitsch vince sempre. Vince nei cimiteri, vince nei mobili
...
B. Che cosa è il kitsch, ? Il kitsch è l’espressione
segreta di quello chetu in fondo vuoi.
V. Sì, esatto! Quello che la gente vuole: una bella marina...
B. In fondo tu vuoi avere una lampada così, vuoi avere una
Grotta azzurra...
V. …un bel lago svizzero...
B. Per carità, per lo meno tutti vengono qua, vedono la Grotta
azzurra e non gliene importa niente se è fatta da De Kooning
o da Bacon; no, vogliono vedere l’onda della Grotta azzurra!
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